GRAZIANO DAGNA

La scultura per Graziano Dagna, non può essere considerata un momentaneo e transitorio interesse, al contrario, è invece, nei suoi presupposti, il fondamento della sua visione artistica. Perchè in Graziano Dagna, anche quando dipinge o disegna, si avverte la sua formazione di scultore compiuta all'Accademia di Belle Arti di Carrara., ma soprattutto perchè si contraddistingue e si caratterizza per la sua “capacità di sintesi” e per le sue “saldezze compositive”, come acutamente sottolineava ed evidenziaca Walter Lazzaro, in una sua presentazione (1969), del resto suffragata ed integrata, da uno scritto del poeta Vittorio Grotti il quale, a sua volta, poneva l'accento su “il segno del Dagna, scevro d'inutili orpelli, corre sul foglio in linearità, ogni volta alla ricerca” (1969).

Entrambi quindi, sia il Maestro Walter Lazzaro, pittore, che Vittorio Grotti, poeta, avevano saputo cogliere ed evidenziare la vera e più intima sostanza dell'artista quella di essere, nella visione, profondamente scultore. In altre e più precise parole la capacità e la propensione alla riduzione dell'immagine, sia plastica che pittorica, alla sua depurata essenza, priva di ogni incidenza narrativa o contenutistica; l'immagine cioè che null'altro significa se non se stessa, nella sua più scoperta evidenza, e in se stessa trova ragione e giustificazione della sua presenza. Il tutto però ricondotto ad una struttura interna sorvegliatissima e ad un ritmo compositivo e serrato e conseguente così che a prevalere siano le ragioni del “linguaggio”: una scultura, popolata esclusivamente da figure, dai volumi ampi e conseguenti, ove la luce si posa quieta e avvolgente a definire la forma. Una scultura non di movimento, o dai forti contrasti chiaroscurali, o da risentite accentuazioni plastiche, un lento espandersi della forma nello spazio che trova nei gesti pacati, appena suggeriti, delle sue "figure", una assorta, a volte melanconica partecipata naturalità. Nella scabra essenzialità di queste sue raffigurazioni, senza che mai cedono a soluzioni arcaizzanti o neo primitive, si coglie la ferma volontà di voler mantenere, per le stesse, sempre, una densità per l'appunto, naturalistica, per nulla incline, però all'episodico o al narrativo. Per approdare, in definitiva, a strutture e forme intensamente vigorose, di impianto certamente naturalistico ma in grado di mediare con le più agguerrite rappresentazioni plastiche della contemporaneità, quelle comunque esperte nell'ambito della figurazione più aperta e dichiarata.

In definitiva una lezione attenta e partecipe a quelli che Dagna ha sempre considerato, nel campo della scultura, i suoi maestri ideali: Arturo Martini, Marino Marini, Giacomo Manzù, Emilio Greco, Pericle Fazzini; punti di riferimento e guida sin dai tempi ormai remoti della sua formazione al corso di scultura della Accademia di Belle Arti di Carrara, nei primissimi anni sessanta, come docenti Antonio Biggi ed Ugo Guidi dai quali Dagna ha imparato la probità del mestiere, la gradualità nel suo apprendimento, l'esercizio grafico costante e severo. Anche se poi la vicenda artistica di Graziano Dagna si è svolta quasi per intero come Pittore, tuttora suo prevalente esercizio, pur tuttavia, la scultura o per meglio dire la scultura del mettere (la creta) del plasmare, più che del togliere (marmo, pietra), con scalpelli, mazze, mazzuoli, rimane un interesse ed una pratica sempre viva ed attuale che ha attraversato e sostanziato, l'intero suo percorso d'artista e ben continua nel presente come ne sono vivi da testimonianza queste opere, che come quelle pittoriche e grafiche, sono il risultato di una ormai raggiunta e ben individuabile personalità che fa di Dagna, artista solitario, un esempio di assoluta originalità, al limite di un vero e proprio "caso".

Jean Antoine Dion

Mentone (Francia) - Maggio 2006


MEMORIA E LIRISMO NELL'OPERA DI DAGNA

Il passato viene rivissuto dal pittore con esiti originali, come qualità umana e coscienza critica. La sua ricerca e le sue istanze sono permeate da valori immanenti, dall'adesione appassionata e dolente, ad un tempo dei limiti dell'esistenza e dal difficile equilibrio della coscienza umana di fronte all'infinito della bellezza.

Su questo sfondo tematico agiscono però le piccole quotidiane conquiste dell'arte che vanno ad arricchire il suo ideale di donna, dietro cui si nasconde la segreta ambizione di ogni uomo, della sua fedeltà alla terra e del rispetto di una immane bellezza. Il lirismo di Dagna, associato sempre ai fantasmi della memoria, si colma costantemente di sensazioni, talvolta così intense che scandiscono i tempi migliori della sua ispirazione, in cui turbinano ingenuità e attese, eleganze e rapimenti improvvisi, percezioni liriche ampie, sogni, presagi. In tale direzione Dagna si è mosso dopo il '70, e la sua ispirazione non gli è mai venuta meno, anzi tutte le opere che si sono susseguite hanno, per la presenza delle innumerevoli figure femminili, per i loro sguardi, le loro mani, la loro particolare bellezza evocativa, una attrazione dolce e simbolica.

Una pittura quindi pervasa di immanenza, in cui è possibile il massimo recupero della bellezza, e con essa il reale sviluppo di una vita qualitativamente superiore. I riferimenti culturali di Dagna, dei suoi maestri spirituali non sono ormai che luci lontane; egli oggi, nonostante la sua modestia e il suo nascosto lavoro, come professore e come pittore, sta bene accanto ai grandi realisti del Novecento, con il suo ideale di donna che prescinde da qualunque allusione all'"eterno femminino" e si incarna con compiaciuta ammirazione fisica e sentimentale in tutte le pieghe della terra, nei fiori, nei colori e nelle gioie e nelle nostalgie della storia umana.

Giuseppe L. Coluccia


L'INCANTO EVOCATIVO NEI VOLTI FEMMINILI DI DAGNA

...Chi volesse al di là di questi volti femminili, troppo perfetti per essere veri, cercare un messaggio o una logica storia farebbe un'operazione faticosa e inutile. Tutto il senso è nel segno teso e sinuoso che chiude masse dilatate a forma di donna: creature senza tempo che si portano dentro tutte le immagini di quello sterminato museo in cui ogni grande artista, nel corso dei secoli, ha lasciato l'icona del suo ideale femminile.

Gianni Palmerini


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